Le incognite della Meloni verso le urne

Scritto il 22/07/2026
da Augusto Minzolini

Nove mesi. Neppure un anno. Questo è il tempo che ci separa dalla prova elettorale e Giorgia Meloni deve organizzare la volata finale in una situazione politica complicata dalla crisi energetica conseguenza di conflitti (Iran e Ucraina) ben lungi dal concludersi. La parabola dei sondaggi non è delle migliori proprio per effetto del caro benzina in un mese pieno di scadenze fiscali. Ecco perché nel vertice di maggioranza di ieri è stata esaminata la possibilità di estendere la clausola di salvaguardia nazionale europea (NEC) agli investimenti nel settore dell'energia e per il contrasto al caro prezzi di carburante e bollette previo voto parlamentare.

Il problema è che l'attuale congiuntura economica (grazie a Trump) non favorisce le forze di governo in nessun Paese. Da noi il malcontento a destra assume le sembianze di Vannacci. Il problema per la premier è tenere unita la coalizione nella competizione con il Generale. Una competizione che nel tempo, a ridosso del voto, potrebbe sfociare anche in un'alleanza. Tutto dipende dalla crescita dei consensi di Futuro Nazionale: se toccherà la doppia cifra il centro-destra non ne potrà fare a meno, ma anche con percentuali minori l'opzione della corsa solitaria è rischiosa più per la Meloni che non per Vannacci. In fondo quest'ultimo ha a disposizione un altro schema di gioco: andare da solo alle elezioni, magari dando la colpa ai badogliani (leghisti e forzisti) del tradimento (è tre giorni che ripete l'accusa), con l'obiettivo di presentarsi come leader della riscossa della destra al prossimo giro. Schema AfD tedesca. Pure la Meloni agita l'accusa del tradimento (ma sempre meno) per ridurre il suo interlocutore a più miti consigli, ma sa bene che senza i numeri del Generale rischia di perdere le elezioni: in dinamiche del genere mentre la vittoria come di consueto avrebbe molti padri, la sconfitta ne avrebbe uno solo.

Ecco perché la Premier marca stretto Vannacci. Se salisse troppo nei sondaggi le sue pretese sul piano programmatico diventerebbero difficilmente digeribili. Basta un esempio: un governo che - giustamente - ha appoggiato senza dubbi l'Ucraina per quattro anni come può rapportarsi con un personaggio che offre a Kiev la resa come un'unica opzione per arrivare alla pace? È la ragione per cui ancora nel vertice di ieri la Meloni è tornata a rilanciare l'idea di rintrodurre le preferenze nella legge elettorale al Senato. Il Generale le ha lanciato la sfida con il suo solo lessico brutale ("vediamo se ha gli attributi") di ripresentare l'emendamento bocciato alla Camera in Senato e lei non può sottrarsi. A nulla sono valsi i richiami alla prudenza del presidente del Senato, La Russa (aveva fatto la stessa cosa sul referendum), e di Tajani ("rischiamo di ripetere lo stesso copione della Camera"). Ormai si tratta di un punto d'orgoglio su un argomento che Vannacci usa per dividere il centro-destra e che, invece, potrebbe diventare il collante per una possibile alleanza.