Perché la sovranità nazionale non può fare a meno del gas

Scritto il 22/07/2026
da Manfredi Villani

Terre rare, litio e filiere dominate dalla Cina non eliminano le vulnerabilità strategiche. Per l’Italia il metano resta il pilastro della sicurezza

Nel disordine della scomposizione geopolitica globale, segnata dal ritorno dei dazi, dal proliferare dei conflitti e dalla vulnerabilità dei colli di bottiglia marittimi, la sicurezza energetica ha smesso di essere una mera questione di approvvigionamento per diventare l'architrave stessa della sovranità nazionale. Chi possiede le risorse e controlla le tecnologie esercita un potere di condizionamento senza precedenti. Ma in questo scenario, la retorica di una transizione ecologica e digitale immediata, capace di azzerare d'un colpo dipendenze e vulnerabilità, si scontra con una realtà industriale e geopolitica ben più complessa. L'illusione che l'equazione più pale eoliche, più pannelli solari e più infrastrutture digitali equivalga a un'indipendenza automatica rischia di consegnare l'Occidente a una vulnerabilità strategica persino peggiore della precedente.

Le tecnologie della transizione verde e della digital economy, infatti, poggiano su catene di fornitura altamente concentrate e quasi interamente controllate da Pechino. Come evidenziato dai recenti report trimestrali di Intesa Sanpaolo e WisdomTree, materie prime fondamentali come il rame e il litio quest'ultimo indispensabile per le batterie di veicoli elettrici e sistemi di accumulo vedono la propria produzione mineraria concentrata in pochissimi Paesi, con una forte esposizione a contrazioni dell'offerta e ritardi nei progetti. Lo scenario si fa ancor più sbilanciato se si guarda alle terre rare pesanti (come neodimio, praseodimio, disprosio e terbio), decisive per la produzione di magneti destinati a mobilità elettrica, eolico, robotica, difesa e data center. Di queste materie prime la Cina controlla non solo l'estrazione, ma la quasi totalità della raffinazione, detenendo un monopolio di fatto su disprosio e terbio. A questa stretta geopolitica si aggiungono le criticità qualitative ed etiche delle forniture: dai casi di amianto riscontrati in Gran Bretagna nelle turbine eoliche importate dal gigante asiatico fino agli oltre 25 conflitti socio-ambientali legati all'estrazione mineraria documentati a livello globale. Pensare di affrancarsi dai combustibili tradizionali, e dal gas in particolare, ignorando queste dinamiche è una contraddizione logica prima che industriale. Il gas naturale non è il nemico della transizione, bensì l'abilitatore e lo stabilizzatore indispensabile dell'intero sistema economico. In Italia, seconda nazione europea per consumi, il metano genera circa la metà dell'energia elettrica annuale ed è insostituibile per i settori manifatturieri gas intensive (vetro, ceramica, cemento), che valgono il 17% del valore aggiunto industriale e il 2,5% del Pil. Inoltre, l'energia da metano garantisce la stabilità continuativa e programmabile ventiquattr'ore su ventiquattro, necessaria a proteggere le reti elettriche dai picchi di calore estivi, dai blackout e dal fabbisogno inarrestabile dei nuovi data center, che mal si conciliano con l'intermittenza di sole e vento. C'è poi un paradosso materiale: per produrre il vetro dei pannelli fotovoltaici occorrono le altissime temperature fornite dal gas, così come le pale eoliche necessitano di resine e materiali compositi derivati dalla petrolchimica. Il metano, di fatto, permette di costruire gli stessi strumenti con cui qualcuno vorrebbe mandarlo in pensione.

A differenza delle filiere green, dove le dipendenze tecnologiche verso l'Asia sono ancora forti e incontrollate, sul fronte del gas l'Italia ha dimostrato una straordinaria lungimiranza strategica, potenziando gli stoccaggi, e diversificando al massimo le rotte di approvvigionamento. Il Paese ha saputo così mitigare e governare i propri rischi storici di importatore, costruendo un sistema di approvvigionamento e distribuzione solido e flessibile che oggi rappresenta un modello di resilienza. La sovranità energetica non si difende perciò inseguendo utopie autarchiche a breve termine, ma governando pragmaticamente il mix di risorse disponibili ed evitando guerre ideologiche di posizione tra fonti. Solo attraverso una visione integrata del sistema energetico, flessibile e programmabile, sarà possibile proteggere la stabilità economica del Paese e garantire una transizione realistica e sicura.