nostro inviato a Bologna
L'inquietudine del sindaco, una sorta di cattiva coscienza, del sindaco di Bologna è la fretta con cui ha fatto cancellare ogni traccia degli scontri. La mattina dopo piazza Franklin Delano Roosevelt non si è mai vista così tirata a lucido dal 14 giugno 1945, giorno dell'inaugurazione. La notte quasi non è mai esistita. Niente fuoco e niente cenere, non ci sono bottiglie e tracce di bombe carta, i cartelli stradali sono miracolosamente tornati al loro posto, le auto incendiate portate via, le biciclette asfaltate del bike sharing restituite ai concessionari, e così le transenne e le sedie dei bar. Ogni cosa sembra essere tornata al suo posto e tutto questo in poco più di due ore. Si è lavorato molto e in fretta l'altra notte. Le uniche tracce che non è stato solo un sogno violento sono le vetrine scheggiate, come ragnatele che si inseguono, della Unipol, banca un tempo di famiglia, con la scritta assicoop, e le scritte Sbirri assassini in rosso e Morte alle guardie in nero, con la A anarchica dentro al cerchio ancora nero a sfregiare le idee. Quando chiedi a un gruppetto di poliziotti in borghese, due uomini e due donne, come mai sembra che davvero non sia successo nulla, la risposta del più spazientito è stizzita: Se mi dai un quarto d'ora ti apparecchio la scena. Che ti serve, mazze e svastiche, pietre e martelli? Poi si gira e lanciando di schiena il braccio in alto sussurra: Ma 'sti cazzo di giornalisti. C'è da capirlo, qui a Bologna l'odore di guerriglia si respira tutti i giorni. Non è facile per nessuno. L'impressione è che Matteo Lepore, sindaco che si sente santo ma non ci riesce, sia come quei centravanti sciagurati che appena si muovono fanno casino. Il 20 di luglio doveva essere, nei suoi piani, una giornata di pace e riflessione. Che fare? Chiamiamo tutti a piazza Nettuno per vedere l'effetto che fa. Lepore è stato sommerso dal vengo anch'io. Si immaginava una serata buddista e si è ritrovato una notte di ecoresistenze, labas, ex isole nel cantiere, teatri polivalenti occupati e tutta la galassia antagonista, con i comitati di quartiere e popolari. La parola d'ordine non era serenità ma vendetta. Ora anche nel suo partito in tanti si stanno mettendo le mani alla testa e si chiedono se il buon Lepore non sia in realtà la quinta colonna inviata da Vannacci nel campo largo. La realtà chiaramente è un'altra. Bologna è solo troppo grossa per lui. È quello che da un po' di tempo comincia a pensare la maggioranza silenziosa, quella che lo ha pure votato, ma adesso ogni volta che si passa dietro i portici di via Zamboni o dalle parti di via Canonica si sente puzza di piscio e traffico di droga e un po' ci si interroga sul perché di questo binomio. La commessa del bar dove fanno i fluffy pancake dice che è così da anni e ogni denuncia si perde nei vedremo e nel non si può fare tutto. Ci sono le quindicimila firme di Confabitare, le lamentele del centro storico e quelle della periferia, il rumore delle risse e delle auto rombanti che sfrecciano fregandosene dei trenta all'ora e la prostituzione sotto i portoni. Tutta roba da piccoli borghesi, certo, ma sono quelli che ora rivendicano il diritto di vivere in una città a misura d'uomo. Non sono di destra, si dichiarano semplicemente stanchi.
È quello che cerca di spiegare in modo educato il proprietario della Cartolibreria Vecchi, negozio che sta qui davanti alla prefettura esattamente da cento anni, dal 1926, passando da nonni a nipoti, con quell'orgoglio bolognese di aver votato Dozza, Zangheri, Imbeni, Vitali, solo per sfregio Guazzaloca e perfino Cofferati. Il Pd per perdere Bologna deve proprio impegnarsi e l'attuale sindaco ce la sta mettendo tutta. Perché? Perché pensa solo agli altri e non a noi. Va pure bene pensare agli altri ma non si possono dare i bolognesi per scontati. Tutta la sinistra bolognese sfinita ripete la stessa cosa: Non è razzismo. È che questa città non si riconosce più. Bologna è stanca. È stanca di rabbia e di paura, di ipocrisie, di un welfare che non riesce a sostenere tutti. È stanca di nostalgia, di rimpiangere quello che non c'è più. È stanca di accogliere senza saper dare più nulla a nessuno. È stanca di fallimenti e di sensi di colpa. È stanca di una città aperta che vive blindata.

